Uncategorized · 18 Agosto 2026 · 20 min

So più io che quel che fa mia mamma a letto

“So più io quel che fa mia mamma a letto, che lei di quello che faccio io”.

In sintesi, questo il messaggio di un nostro follower in risposta ad un video (link) nel quale affrontavamo il tema del limite tra detto e non detto con amici e parenti sul sesso in generale e in particolare quando si ha una vita libertina.

L’hook era: ma tua mamma sa quel che fai? Tra le risposte più illogiche quelle che sottolineavano l’incoerenza tra la selezione delle cose da dire e la nostra professione di libertà. Vabbè, incommentabili. Altri invece, più seriamente, davano le gradazioni necessarie secondo relazioni, propensioni e verità.

Poi, anche se questa Instagram Stories lo riguarda solo in parte ed è una storia su Carlo, ecco arrivare lui.

Che sul tema di quanto ne sappia della mamma, insiste e insiste (e ancora lo fa nei DM).

Tanto da assomigliare al tipico esponente della nutritissima schiera dei segaioli da social. Quelli cioè che fingono di raccontarti un episodio e una condizione reale della loro vita, ma in realtà stanno condividendo con te delle fantasie che attraverso la narrazione ad altri disposti ad ascoltare diventano in qualche modo concrete. In sostanza, ti usano e grazie alle tue risposte si sentono legittimati a immaginare le peggio cose e le più incredibili e ad esserne eccitati.

Ad essere onesti in questo caso non siamo sicuri che fosse proprio così, ma il sospetto è stato fortissimo.

E lì è scattato il fastidio di Carlo che in genere non ama questa categoria di follower e tende a maltrattarli, nonostante i cazziatoni di Francesca che tende invece ad avere toni sempre morbidi ed accoglienti e non manca mai di una parola di conforto anche per quelli più fastidiosi. In questo caso però, da parte di Carlo c’era molto di più: ovvero il profondo turbamento che prova nei confronti dell’incesto.

Superato il fastidio iniziale sono nate le domande ed ecco perché questa è una Instagram Stories su di noi, ma soprattutto Carlo.

Noi che professiamo la libertà e la legittimità di ogni tendenza e comportamento sessuale e che attribuiamo alla sessualità la funzione di esplicare ed esprimere l’identità, noi che consideriamo il corpo un dispositivo narrativo da sottrarre al controllo e alla manipolazione del potere, possiamo davvero condannare qualcuno? Noi che alle sentenze inappellabili dei bacchettoni e dei moralisti ci ribelliamo e addirittura talvolta ci sentiamo punti sul vivo, siamo davvero in diritto di puntare il dito ed esprimere condanne?

La risposta è ovviamente no, ma a Carlo non è arrivata né immediata né spontanea. Ci ha dovuto pensare e ha dovuto ammettere con se stesso che i distinguo che ha provato a fare se sono validi per lui possono esserlo per chiunque altro e quindi dovrebbe accettare la condanna altrui. A dire il vero queste erano riflessioni della notte e già il giorno dopo, il forte fastidio nei confronti di quel follower e della sua presunta incestuosità era scemato, scolorendosi in un semplice “quel genere di cose, it’s not my cup of tea, non mi riguardano, ni mi paiccioni, ma non ne provo davvero così fastidio”.

Ma la domanda è rimasta e l’unica risposta possibile è che non solo chi ci giudica  è in diritto di farlo, ma anche chi ci condanna. Quindi non ci può e non ci deve essere spazio per l’indignazione da parte nostra se altri ci vorrebbero mettere al rogo. L’unico limite vero è se la condanna diventa aggressione e divieto. Se volete è un po’ la scoperta dell’acqua calda: nei limiti del rispetto reciproco e della legge, del consenso e della non violenza, ogni presa di posizione è legittima, come accettabile è ogni stile di vita. Per capirci: personalmente siamo entrambi contrari all’aborto, ma non ci sentiamo di assumere una posizione ostativa nei confronti di chi ha intenzione di praticarla.

Ma poi è successo altro: Carlo ha ricordato e qui le cose sono cambiate.

Ha ricordato un pomeriggio d’estate quando ha sentito i suoi genitori, scopare. Una cosa totalmente inattesa che lo bloccò a metà strada del corridoio che lo separava dall’ingresso di casa alla stanza dei suoi genitori.

A colpirlo in particolare, furono i gemiti della madre e la sua richiesta insistita, lasciva, supplicante di farsi strizzare il seno, mentre sottolineava quanto gradisse la posizione oscena nella quale era.

Quanti anni aveva Carlo, allora? Non più di 15 a giudicare che aveva “Il Giardino dei Finzi Contini” tra le mani quel pomeriggio, lettura che appunto fece la prima volta nelle vacanze tra quinta ginnasio e primo liceo.

Ed era probabilmente anche la prima volta che sentiva due persone farlo.

Scappò via, ma esitò per un attimo tentato dal continuare ad ascoltare qualcosa che l’ho inorridiva e allo stesso tempo lo turbava, in una maniera che non riusciva a decifrare.

Continuò a pensarci per l’intero pomeriggio e a distanza di tempo non può non ammettere che quel turbamento avesse molto a che fare con l’eccitazione e con l’incapacità di  rimettere insieme nella stessa figura sua mamma e la donna. Sua mamma restava intoccabile, quella donna se non desiderabile era quanto meno una preda felice di essere predata.

Ci furono conseguenze? Nessuna.

Anche perché quella scissione non durò che poche ore e all’appuntamento con quello che allora era il loro rituale pomeridiano – il caffè delle cinque, nella cucina di casa con la madre – si svolse normalmente: bevvero, fumarono, chiacchierarono come ogni altra volta.

Oddio, a dire il vero ogni tanto Carlo in quella mezz’ora non potè fare a meno di pensare di avere davanti a sé una persona che era stata appena soddisfatta nella sua voglia e invidiava il padre, che era in bagno a prepararsi per uscire con gli amici, per essere stato a sua volta soddisfatto.

In ogni caso, nei giorni quell’episodio si cancellò quasi totalmente dalla mente di Carlo fino a scomparire definitivamente nel tempo. Quell’estate, fu l’estate di Micol Finzi Contini, del Fu Mattia Pascale e di Zeno e la sua coscienza, non di sua madre. Sua madre, divenuta donna pe run pomeriggio, non era così importante.

Questo ricordo, però ne ha trascinato con sé un altro che era rimasto sepolto nella sua coscienza : le mani della madre. La mamma aveva delle mani lunghe, sottili, morbide, con dita  e dorso cesellate da minuscole venuzze e tendini appena in evidenza sotto la pelle. Erano mani che ancora oggi Carlo trova di una femminilità difficilmente eguagliabile e che ricerca inconsapevolmente nelle altre donne.

Bene, in uno dei periodi peggiori della sua vita, quando le angosce nella tarda adolescenza e quelle della prima giovinezza stavano per schiacciarlo definitivamente nella depressione dalal quale neanche l’alcol riuisva a salavarlo più, quelle mani divennero per un brevissimo periodo oggetto di desiderio.

Solo le mani, nient’altro.

Relativamente a quelle parti del corpo era riavvenuta la scissione tra madre e donna di qualche anno prima. Scissione dolorosissima, tormentata dai sensi di colpa e dal disprezzo profondissimo verso se stesso.

Ma la superò e superò quel desiderio, non però per forza della volontà e della legge morale, bensì semplicemente con una sega. Sì, una notte, ancora d’estate nella quale il giardino dietro casa aveva un asfissiante odore di fiori, immaginò che a fargliela fossero quelle mani.

La vergogna e il disagio per quanto potentissimi non ne impedirono un piacere violento, ma da allora poté osservare di nuovo le mani della madre senza vedere altro che gli strumenti con i quali gli preparava da mangiare e spesso lo aveva accarezzato per consolarlo dalle aggressioni della vita.

Sì, vabbè, lui scindeva le figure, gli incestuosi spesso traggono il loro piacere proprio dal sottolineare il legame di sangue.

Sottogliezze che non cambiano la sostanza, probabilmente.

E allora, Carlo, rispondi solo tu e sii onesto: sei veramente nella posizione di poter giudicare qualcun altro ?

Non ho una risposta certa. So solo che rileggendo questa note bacerei quelle mani che ho visto, vive l’ultima volta più di 25 anni fa e gelidamente inanimate una mattina di settembre di un anno dopo. Le bacerei e ringrazierei. Per non avermi abbandonato neanche quando, sia pure nella fantasia, avrebbero avuto tutto il diritto di farlo.

E probabilmente sono come il nostro follower: “So più io quello che fa(ceva) mia mamma a letto, che lei di quel che faccio io”.

Eccolo. Ho fatto solo gli interventi concordati: attacco più secco, parte teorica meno professorale, aborto eliminato, scena adolescenziale e mani asciugate nei dettagli più pericolosi. Il nucleo resta intatto.

“So più io quel che fa mia mamma a letto, che lei di quello che faccio io.”

Ce l’ha scritto un follower, in risposta a un nostro video (link) sul limite tra detto e non detto con amici e parenti quando si ha una vita libertina.

L’hook era: ma tua mamma sa quel che fai?

Tra le risposte più illogiche, quelle di chi sottolineava l’incoerenza tra la selezione delle cose da dire e la nostra professione di libertà. Vabbè, incommentabili. Altri invece, più seriamente, davano le gradazioni necessarie secondo relazioni, propensioni e verità.

Poi è arrivato lui.

Che sul tema di quanto ne sappia della mamma, insiste e insiste. E ancora lo fa nei DM.

Tanto da far nascere il sospetto – mai del tutto confermato – di appartenere alla schiera dei segaioli da social. Quelli che ti raccontano un episodio reale, ma in realtà stanno dando corpo a una fantasia: la narrazione ad altri diventa il modo per renderla concreta, e le tue risposte la legittimano. Ti usano, in sostanza. Ma ripetiamo: non ne siamo sicuri.

E lì è scattato il fastidio di Carlo che in genere non ama questa categoria di follower e tende a maltrattarli, nonostante i cazziatoni di Francesca che tende invece ad avere toni sempre morbidi ed accoglienti e non manca mai di una parola gentile anche per quelli più fastidiosi. In questo caso però, da parte di Carlo c’era molto di più: ovvero il profondo turbamento che prova nei confronti dell’incesto.

Superato il fastidio iniziale sono nate le domande ed ecco perché questa è una Instagram Stories su di noi, ma soprattutto Carlo.

Noi diciamo sempre che il desiderio non si processa in tribunale. Che il corpo racconta chi siamo. Che il limite vero sono consenso, confini, responsabilità, non violenza e legge.

Noi che ci ribelliamo alle sentenze inappellabili dei bacchettoni e dei moralisti, e addirittura talvolta ci sentiamo punti sul vivo, siamo davvero in diritto di puntare il dito ed esprimere condanne?

La risposta è no.

Ma a Carlo non è arrivata né immediata né spontanea. Ci ha dovuto pensare e ha dovuto ammettere con se stesso che i distinguo che ha provato a fare, se sono validi per lui, possono esserlo per chiunque altro. E quindi dovrebbe accettare anche la condanna altrui.

A dire il vero queste erano riflessioni della notte e già il giorno dopo il forte fastidio nei confronti di quel follower e della sua presunta incestuosità era scemato, scolorendosi in un semplice: “quel genere di cose, it’s not my cup of tea, non mi riguardano, non mi piacciono, ma non ne provo davvero così fastidio”.

Ma la domanda è rimasta.

E l’unica risposta possibile è che non solo chi ci giudica è in diritto di farlo, ma anche chi ci condanna. Quindi non ci può e non ci deve essere spazio per l’indignazione da parte nostra se altri ci vorrebbero mettere al rogo.

L’unico limite vero è se la condanna diventa aggressione e divieto.

Se volete è un po’ la scoperta dell’acqua calda: nei limiti detti, ogni presa di posizione è legittima, come accettabile è ogni stile di vita che non pretende di diventare obbligo per gli altri.

Tutto comodo e tranquillo, alla fine, dilemmi di logica ed etica superati…

…Ma poi Carlo ha ricordato.

E lì le cose sono cambiate.

Ha ricordato un pomeriggio d’estate in cui sentì i suoi genitori nell’intimità. Una cosa totalmente inattesa che lo bloccò a metà strada del corridoio che lo separava dall’ingresso di casa alla stanza dei suoi genitori.

A colpirlo, più di tutto, fu la voce della madre. Il tono. Il modo in cui quella voce non somigliava a nessuna voce che lui conoscesse. Non alla madre. Non alla donna che gli preparava il caffè. Non alla figura intoccabile che abitava nella sua testa.

Quanti anni aveva Carlo, allora? Non più di 15 a giudicare dal fatto che aveva “Il Giardino dei Finzi Contini” tra le mani quel pomeriggio, lettura che appunto fece la prima volta nelle vacanze tra quinta ginnasio e primo liceo.

Ed era probabilmente anche la prima volta che sentiva due persone farlo.

Scappò via, ma esitò per un attimo, tentato dal continuare ad ascoltare qualcosa che lo inorridiva e allo stesso tempo lo turbava, in una maniera che non riusciva a decifrare.

Continuò a pensarci per l’intero pomeriggio e a distanza di tempo non può non ammettere che quel turbamento avesse molto a che fare con un richiamo del corpo che allora non sapeva nominare. E con l’incapacità di rimettere insieme nella stessa figura sua mamma e la donna.

Sua mamma restava intoccabile. Quella donna, per un attimo, era solo una donna viva, presa dentro un piacere che non gli apparteneva e che pure gli era entrato addosso.

Ci furono conseguenze?

Nessuna.

Anche perché quella scissione non durò che poche ore e all’appuntamento con quello che allora era il loro rituale pomeridiano – il caffè delle cinque, nella cucina di casa con la madre – tutto si svolse normalmente: bevvero, fumarono, chiacchierarono come ogni altra volta.

Oddio, a dire il vero ogni tanto Carlo, in quella mezz’ora, non poté fare a meno di pensare di avere davanti a sé una persona appena tornata da qualcosa che lui non doveva sapere. Il padre era in bagno a prepararsi per uscire con gli amici. La madre era lì, seduta davanti a lui, identica a sempre e diversa per sempre. Ma solo per poco.

In ogni caso, nei giorni quell’episodio si cancellò quasi totalmente dalla mente di Carlo fino a scomparire definitivamente nel tempo. Quell’estate fu l’estate di Micol Finzi Contini, del Fu Mattia Pascal e di Zeno e la sua coscienza, non di sua madre. Sua madre, divenuta donna per un pomeriggio, non era così importante.

Questo ricordo, però, ne ha trascinato con sé un altro che era rimasto sepolto nella sua coscienza: le mani della madre.

La mamma aveva delle mani lunghe, sottili, morbide, con dita e dorso cesellate da minuscole venuzze e tendini appena in evidenza sotto la pelle. Erano mani che ancora oggi Carlo trova di una femminilità difficilmente eguagliabile e che ricerca inconsapevolmente nelle altre donne.

In uno dei periodi peggiori della sua vita – le angosce della tarda adolescenza, quelle della prima giovinezza, la depressione dalla quale neanche l’alcol riusciva più a salvarlo – quelle mani divennero per un tempo brevissimo oggetto di desiderio.

Solo le mani, nient’altro.

Relativamente a quelle parti del corpo era riavvenuta la scissione tra madre e donna di qualche anno prima. Scissione dolorosissima, tormentata dai sensi di colpa e dal disprezzo profondissimo verso se stesso.

Superò quella nuova frattura non per forza di volontà o legge morale. La superò una notte d’estate, da solo, nel giardino dietro casa con quell’odore asfissiante di fiori, immaginando che fossero quelle mani a dargli paicere.

La vergogna e il disagio erano potentissimi, ma non impedirono un sollievo violento.

Da allora poté guardare di nuovo le mani della madre e vedere solo quello che erano: gli strumenti con cui gli preparava da mangiare, con cui lo aveva accarezzato quando la vita lo aggrediva.

Sì, vabbè, lui scindeva le figure, gli incestuosi spesso traggono il loro piacere proprio dal sottolineare il legame di sangue. Sottigliezze che non cambiano la sostanza.

E allora, Carlo, rispondi solo tu e sii onesto: sei veramente nella posizione di poter giudicare qualcun altro?

Non ho una risposta certa.

So solo che rileggendo queste note bacerei quelle mani che ho visto vive l’ultima volta più di 25 anni fa e gelidamente inanimate una mattina di settembre di un anno dopo.

Le bacerei e ringrazierei.

Per non avermi abbandonato neanche quando, sia pure nella fantasia, avrebbero avuto tutto il diritto di farlo.

E probabilmente, si cosa ti dico?, sono come il nostro follower:

“So più io quello che fa(ceva) mia mamma a letto, che lei di quel che faccio io.”

“So più io quel che fa mia mamma a letto, che lei di quello che faccio io.”

Ce l’ha scritto un follower, in risposta a un nostro video sul limite tra detto e non detto con amici e parenti quando si ha una vita libertina.

L’hook era: ma tua mamma sa quel che fai?

Tra le risposte più illogiche, quelle di chi sottolineava l’incoerenza tra la selezione delle cose da dire e la nostra professione di libertà. Vabbè, incommentabili. Altri invece, più seriamente, davano le gradazioni necessarie secondo relazioni, propensioni e verità.

Poi è arrivato lui.

Che sul tema di quanto ne sappia della mamma, insiste e insiste. E ancora lo fa nei DM.

Tanto da far nascere il sospetto — mai del tutto confermato — di appartenere a quella schiera di segaioli da social. Quelli che ti raccontano un episodio reale, ma in realtà stanno dando corpo a una fantasia: la narrazione ad altri diventa il modo per renderla concreta, e le tue risposte la legittimano. Ti usano, in sostanza. Ma ripetiamo: non ne siamo sicuri, in questo caso.

E lì è scattato il fastidio di Carlo che in genere non ama questa categoria di follower e tende a maltrattarli, nonostante i cazziatoni che gli di Francesca che tende invece ad avere toni sempre morbidi ed accoglienti e non manca mai di una parola di conforto anche per quelli più fastidiosi. In questo caso però, da parte di Carlo c’era molto di più: ovvero il profondo turbamento che prova nei confronti dell’incesto.

Superato il fastidio iniziale sono nate le domande ed ecco perché questa è una Instagram Stories su di noi, ma soprattutto Carlo.

Noi diciamo sempre che il desiderio non si processa in tribunale. Che il corpo racconta chi siamo. Che il limite vero sono consenso, confini, responsabilità, non violenza (e legge).

Noi che ci ribelliamo alle sentenze inappellabili dei bacchettoni e dei moralisti, e addirittura talvolta ci sentiamo punti sul vivo, siamo davvero in diritto di puntare il dito ed esprimere condanne?

La risposta è no.

Ma a Carlo non è arrivata né immediata né spontanea. Ci ha dovuto pensare e ha dovuto ammettere con se stesso che i distinguo che ha provato a fare, se sono validi per lui, possono esserlo per chiunque altro. E quindi dovrebbe accettare anche la condanna altrui.

A dire il vero queste erano riflessioni della notte e già il giorno dopo il forte fastidio nei confronti di quel follower e della sua presunta incestuosità era scemato, scolorendosi in un semplice: “quel genere di cose it’s not my cup of tea, non mi riguardano, non mi piacciono, ma non ne provo davvero così fastidio”.

Ma la domanda è rimasta.

E l’unica risposta possibile è che non solo chi ci giudica è in diritto di farlo, ma anche chi ci condanna. Quindi non ci può e non ci deve essere spazio per l’indignazione da parte nostra se altri ci vorrebbero mettere al rogo.

L’unico limite vero è se la condanna diventa aggressione e divieto.

Se volete è un po’ la scoperta dell’acqua calda: nei limiti del rispetto reciproco, della legge, del consenso e della non violenza, ogni presa di posizione è legittima, come accettabile è ogni stile di vita che non pretende di diventare obbligo per gli altri.

Ma poi Carlo ha ricordato.

E lì le cose sono cambiate.

Ha ricordato un pomeriggio d’estate quando sentì i suoi genitori scopare. Una cosa totalmente inattesa che lo bloccò a metà strada del corridoio che lo separava dall’ingresso di casa alla stanza dei suoi genitori.

A colpirlo in particolare furono i gemiti della madre. E più ancora alcune parole, una richiesta insistita, lasciva, quasi supplicante, legata al piacere che stava provando e alla posizione in cui si trovava.

Non erano parole oscene in sé. O forse sì. Ma non fu quello il punto.

Il punto era che uscivano dalla bocca di sua madre.

Quanti anni aveva Carlo, allora? Non più di 15 a giudicare dal fatto che aveva “Il Giardino dei Finzi Contini” tra le mani quel pomeriggio, lettura che appunto fece la prima volta nelle vacanze tra quinta ginnasio e primo liceo.

Ed era probabilmente anche la prima volta che sentiva due persone farlo.

Scappò via, ma esitò per un attimo, tentato dal continuare ad ascoltare qualcosa che lo inorridiva e allo stesso tempo lo turbava, in una maniera che non riusciva a decifrare.

Continuò a pensarci per l’intero pomeriggio e a distanza di tempo non può non ammettere che quel turbamento avesse molto a che fare con l’eccitazione e con l’incapacità di rimettere insieme nella stessa figura sua mamma e la donna.

Sua mamma restava intoccabile. Quella donna, se non desiderabile, era quanto meno una preda felice di essere predata.

Ci furono conseguenze?

Nessuna.

Anche perché quella scissione non durò che poche ore e all’appuntamento con quello che allora era il loro rituale pomeridiano – il caffè delle cinque, nella cucina di casa con la madre – tutto si svolse normalmente: bevvero, fumarono, chiacchierarono come ogni altra volta.

Oddio, a dire il vero ogni tanto Carlo, in quella mezz’ora, non poté fare a meno di pensare di avere davanti a sé una persona che era stata appena soddisfatta nella sua voglia e invidiava il padre, che era in bagno a prepararsi per uscire con gli amici, per essere stato a sua volta soddisfatto.

In ogni caso, nei giorni quell’episodio si cancellò quasi totalmente dalla mente di Carlo fino a scomparire definitivamente nel tempo.

Quell’estate fu l’estate di Micol Finzi Contini, di Mattia Pascal e di Zeno con la sua coscienza, non di sua madre.

Sua madre, divenuta femmina per un pomeriggio, non era così importante.

Questo ricordo, però, ne ha trascinato con sé un altro che era rimasto sepolto nella sua coscienza: le mani della madre.

La mamma aveva delle mani lunghe, sottili, morbide, con dita e dorso cesellate da una rete di tendini appena in evidenza sotto la pelle. Erano mani che ancora oggi Carlo trova di una femminilità difficilmente eguagliabile e che ricerca inconsapevolmente nelle altre donne.

In uno dei periodi peggiori della sua vita – le angosce della tarda adolescenza, quelle della prima giovinezza, la depressione dalla quale neanche l’alcol riusciva più a salvarlo – quelle mani divennero per un tempo brevissimo oggetto di desiderio.

Solo le mani, nient’altro.

Relativamente a quelle parti del corpo era riavvenuta la scissione tra madre e donna di qualche anno prima. Scissione dolorosissima, tormentata dai sensi di colpa e dal disprezzo profondissimo verso se stesso.

Superò quella nuova frattura non per forza di volontà o legge morale.

La superò con una sega.

Una notte d’estate, nel giardino dietro casa, con quell’odore asfissiante di fiori, immaginò che fossero quelle mani.

La vergogna e il disagio erano potentissimi, ma non impedirono un piacere violento.

Da allora poté guardare di nuovo le mani della madre e vedere solo quello che erano: gli strumenti con cui gli preparava da mangiare, con cui lo accarezzava quando la vita lo aggrediva.

Sì, vabbè, lui scindeva le figure, gli incestuosi spesso traggono il loro piacere proprio dal sottolineare il legame di sangue.

Sottigliezze che non cambiano la sostanza.

E allora, Carlo, rispondi solo tu e sii onesto: sei veramente nella posizione di poter giudicare qualcun altro?

Non ho una risposta certa.

So solo che rileggendo queste note bacerei quelle mani che ho visto vive l’ultima volta più di 25 anni fa e gelidamente inanimate una mattina di settembre di qualche mese dopo (estate, ancora estate, la stagioen preferita da lei).

Le bacerei e ringrazierei.

Di avermi accolto, sia pure senza saperlo, anche quella volta, per non avermi abbandonato neanche quando, sia pure nella fantasia, avrebbero avuto tutto il diritto di farlo e di rinnegarmi per sempre.

E probabilmente, alla fine, sono come il nostro follower:

“So più io quello che fa(ceva) mia mamma a letto, che lei di quel che faccio io.”

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