Uncategorized · 18 Agosto 2026 · 3 min

Shibari, a parole nostre

Quel week-end Carlo la legava canticchiando. Ripeteva sottovoce le istruzioni del maestro, come se stesse imparando una canzone nuova, e ogni tanto si fermava e la baciava. Era un corso di shibari organizzato da una delle accademie più famose di Milano, aperta a coppie e singoli, di ogni orientamento e ruolo. E con tanta curiosità.

Carlo lo shibari lo conosceva solo per immagini: una rivista di mille anni fa, donne orientali in possesso di uomini pazienti e sapienti, nessuna pratica, nessuna nozione. Solo una corda comprata dal ferramenta, usata male, su una donna che era la sua amante di allora e che era probabilmente sbagliata quanto la corda. Un sogno di mondi alieni, destinato a restare tale.

Per Francesca era qualcosa di diverso: il desiderio di essere presa per davvero. Come persona, non come corpo.

La pratica per entrambi arrivò quel week-end di tre anni fa, e con essa una consapevolezza che ancora abbiamo: a comandare, nello shibari, non sono le corde. Come non comanda nessun attrezzo, in nessuna pratica.

La tecnica conta: per l’estetica e soprattutto per la sicurezza. Chi insegna i nodi senza insegnare a non ferire e a non mettere in pericolo il corpo sta insegnando male. Ma a guidare chi lega e chi viene legato è la connessione. Senza quella ogni nodo si scioglie, ogni cima si attorciglia, ogni minuto è noia.

È collaborazione, direbbe Francesca, che nello shibari ha trovato una sintesi tra l’essere posseduta, usata, manipolata anche con rudezza, e l’amore, la fiducia totale nella persona alla quale si abbandona.

Padroni sessuali, prima di Carlo, ne aveva avuti. Quasi tutti sbagliati, alcuni sbagliatissimi. Ma in quel week-end capì definitivamente che anche una schiava sceglie — non solo il padrone, ma anche le pratiche.

Carlo è un bimbo, e le cose nuove lo appassionano per poi spesso abbandonarle. La legava canticchiando, ripeteva le istruzioni del maestro e la baciava nel frattempo. Era il momento di massima connessione che avessero mai avuto.

Poi il disastro.

All’ora delle sospensioni – il punto di arrivo del corso -Francesca si mise a chattare con un suo ex. Nulla di male, se non fosse che si nascondeva.

Carlo impazzì. Nel momento di massima connessione con lei, se ne sentì tradito. Come un bimbo al quale hanno rotto il giocattolo nuovo.

Finì che la parte finale del corso la seguì lui da solo, sospendendo una singola senza compagno e senza padrone, mentre Francesca se ne stava su una barella dell’immenso pronto soccorso di uno dei massimi ospedali italiani.

Era scappata durante la discussione seguita alla scoperta della chat. Nella calura quasi estiva, un attacco di panico le aveva mozzato le gambe su uno stradone di periferia.

Lui la cercava, lei non rispondeva.

Si erano persi.

Si ritrovarono alla porta di casa sua. Carlo l’aveva aspettata guardando in piedi accanto all’escensore la partita di campionato che aveva atteso per trentatré anni.

Francesca fu punita. Ma per aver rovinato la festa del calcio a Carlo.

E fu amata, per essere tornata.

Le corde rimasero nel cassetto per un po’.

Ma lo shibari era già entrato nella nostra vita, non come tecnica, non come estetica.

Come fiducia.

Che richiede pazienza. E sapienza.

Ed eccoci qua.

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