Papi
Papi, papi, pa-ppaa, papa.
A chiamare insistentemente è una bambina di 6 anni che si contorce su una specie di palco alla fine del tavolaccio sul quale stiamo mangiando tutti alla rinfusa, amici e sconosciuti, clienti e venditori.
È maggio, ma quasi nevica in questo angolo di Germania dove nel burro puoi trovare degli spinaci e nello strutto un po’ di pesce.
Sarà perché impegnato in questa caccia che il padre la ignora.
Ma lei non desiste e con la sua vocina dolce continua la sua cantilena: Papi, papi, pa-ppaa, papa.
Mi ricorda mia figlia alla sua età.
Ero orgoglioso ogni volta che mi chiamava, che cercasse proprio me.
La sua prima parola è stata mamma, ma la seconda fu mammapapà. Mi chiamava così: mammapapà. Solo un po’ più grandicella imparò a correggersi: “mammapapà… ehm papà”.
Ora non ricorda più questo suo errore di allora, ma continua a chiamarmi: Papi, papi, pa-ppaa, papa.
Cosa fa oggi che non facesse allora?
Mi cerca perché sono un punto di riferimento.
Come quest’uomo per la sua bambina.
Solo che ora mia figlia mi butta addosso i suoi dubbi, le sue ansie, le sue domande di giovane adulta in cerca di una via.
La ascolto sempre, ma quasi di fretta, con un fardello sullo stomaco: ho paura di andare fuori strada, di darle il consiglio sbagliato, di non essere abbastanza intelligente, sufficientemente lucido.
Abbastanza padre.
Ho sempre adorato parlare con lei.
Con la bambina era facile.
Con la giovane donna che è diventata è più difficile.
Anche se poi, quando siamo leggeri, quando non c’è niente da risolvere, resta ancora una delle cose più belle della mia vita.
E mi vergogno del mio fastidio.
Della mia inadeguatezza.
Di quella parte di me che a volte vorrebbe solo silenzio, mentre lei cerca ancora un padre.
Mi si stringe il cuore e metto da parte il bretzel e il pesce.
Non ho più fame.
Questa bambina è come mia figlia.
Mi prende la voglia improvvisa di sentirla al telefono, ma le incombenze di lavoro mi travolgono.
E allora mi fermo adesso, a scrivere, ora che è notte.
Capisco quel che ho sempre saputo: anche quando mi opprime, anche quando mi trova stanco, anche quando mi chiama nel momento meno adatto, quel suo “papi, papi, pa-ppaa, papa” è una delle cose che mi dà senso.
Una.
L’altra è Francesca.
E adesso so più che mai che un “papi, papi, pa-ppaa, papa” vorrei sentirlo anche da un pupo/a che abbia la fortuna di assomigliarle tanto.