Uncategorized · 18 Agosto 2026 · 3 min

Fluidità

A volte — in casa, e non solo — nylon, tacchi e smalto li indossa lui.

E non è un gioco sessuale: è qualcosa di diverso, e più profondo.

Carlo ha portato collant e autoreggenti fin dall’inizio della nostra storia. Nere o nude, senza fantasie. Una tendenza che non ha mai disturbato Francesca: anzi, l’ha spinta ad accompagnarlo. All’inizio lui le diceva:

“Fammi desiderare i collant”,

cioè: fammi sentire femmina, adesso; fammi entrare in quel desiderio che da sempre va e viene, che quando arriva mi eccita e mi umilia, e quando sparisce mi tranquillizza ma mi brucia.

Poi Francesca gli ha regalato un paio di autoreggenti bianche.

Per le quali lei ha ricevuto una sculacciata. Decisa.

Non perché non gli fossero piaciute — tutt’altro. Era eccitato da quel salto di femminilità, sorpreso dall’accelerazione che il gesto implicava. E allo stesso tempo spaventato dall’allusione implicita:

“Carlo, sei e puoi essere più femmina di quanto credi.”

Che portava con sé una domanda: smetterò di essere il tuo uomo? Il tuo padrone?

Francesca però non si è fermata, e gli ha regalato un reggiseno rosa con collarino incorporato.

Quel choker è stato una provocazione vera, ben oltre il bianco delle calze:

“Non solo sei femmina. Come ogni femmina, sai quando essere sottomessa alla virilità dei maschi.”

E questo in un periodo in cui l’unico maschio ammesso nei nostri giochi era Carlo stesso.

La reazione? La stessa: sculacciata compresa.

Ma non era solo sesso.

La “piazza” non era soltanto la camera da letto.

In uno dei nostri primi viaggi, Carlo era orgoglioso dello smalto blu che Francesca gli aveva steso sulle unghie dei piedi. Guardarlo in bagno — mentre faceva pipì o la doccia — lo eccitava. E lo inorgogliva sapere che quel blu era nelle sue scarpe mentre andavamo in giro, fra musei e fiere del salmone affumicato.

E poi c’erano le sere in cui Carlo aspettava Francesca dal lavoro cucinando per lei in abiti femminili, senza che lei sapesse nulla.

E qui arriva il momento cruciale: lei rientrava con un mazzo di fiori.

Non per premiarlo, non per una ricorrenza: per intuizione.

Perché, in qualche modo, sentiva cosa stava succedendo anche senza averlo visto.

Lui quei fiori non li ha mai ricambiati.

Ma sono stati più forti di qualsiasi collant.

Il gioco dei ruoli?

Può darsi.

Forse un feticismo condiviso.

Di sicuro: identità.

Ed è di questo che parliamo.

Dell’identità di Carlo, che si sente femmina quando vuole sentirsi tale.

E di quella di Francesca, affascinata dall’idea di avere accanto una “padrona” non biologicamente femmina, intrigata dall’essere — per usare la nostra metafora — la zia Uga del suo uomo.

(Zii Ughi: torneremo anche su questo. Diciamo solo che rappresentano il prototipo dell’anziano parente un po’ unto e perverso che tutti abbiamo avuto.)

Forse capiremmo molto di più di noi stessi e degli altri se smettessimo di trattare il sesso come un gioco privato: qualcosa da esibire o da occultare a seconda del pubblico.

Perché ciò che il corpo fa — e ciò che il desiderio permette — è prima di tutto un fatto di identità.

E riconoscerlo significa rilasciare il potere e farlo circolare, indipendentemente da chi sculaccia chi.

E, soprattutto, significa libertà.

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