A parole nostre, il piacere
T’è piaciuto?
Tra noi è diventato T’eppia?
Ce lo diciamo continuamente. Dopo il sesso, quando ancora le ultime contrazioni sono in atto. O appena dopo che i nostri ospiti sono andati via e la porta si chiude, lasciandoci nel silenzio caldo di quello che è appena successo.
Ma ce lo diciamo anche dopo un racconto appena scritto, un post appena immaginato. Perché sì, dentro c’è ricerca di approvazione. Ma c’è anche altro: la voglia di capire se l’altro c’era davvero, se quello che hai fatto gli è arrivato, se gli hai lasciato qualcosa.
Ci baciamo spesso. È la cosa più paritaria che esista il bacio: non puoi farlo da solo.
Il nostro primo bacio fu alla Stazione Centrale di Milano, nell’androne grande — quella specie di Grand Central adattata a noi due — e già lì capimmo che c’era un sentiero da camminare insieme. Non lo sapevamo con le parole. Lo sapevamo con le lingue.
Il piacere, da allora, lo abbiamo imparato così: con il corpo che si butta avanti e la testa che segue. O almeno ci prova, perché poi la testa, in un modo o nell’altro, dirige quasi tutto.
Francesca passa spesso dietro Carlo mentre lui cucina e gli tocca il culo. O gli sfiora i capezzoli. La maschia di casa.
Lui sobbalza, o ride, o si gira a cercarla con gli occhi. Dipende dal giorno. Ma quel gesto non promette niente. Non apre una scena. Non chiede un seguito. Dice solo: mi piaci. Mi piace che mi piaci. Te lo faccio sapere perché mi fa piacere fartelo sapere.
E basta. Finisce lì. E già quello è piacere.
Ci abbiamo messo un po’ a capirlo: il piacere non deve per forza andare da qualche parte. Non deve crescere, sfociare, dimostrare niente. Questa è una delle cose che si capiscono tardi, soprattutto se per anni ti hanno raccontato che conta l’intensità, il culmine, l’effetto. Invece no. L’intensità colpisce. Il piacere vero coinvolge.
A volte arriva nel secondo sospeso prima che il bacio succeda davvero. Quando le narici sono già piene dell’odore dell’altro e il corpo è già lì, ma la mente ancora trattiene. In quel punto preciso, prima che inizi tutto, qualcosa è già cominciato.
Per noi il piacere parte dalla mente. E non in astratto, anzi. Vuol dire che prima di toccarci ci siamo già cercati. Che il desiderio non comincia col contatto. Comincia molto prima: in un dettaglio, in un tono, in un’occhiata scambiata mentre uno dei due sta parlando con qualcun altro.
E allora arriva quella domanda.
T’eppia?
È una domanda piccola, quasi una voce. Ma dentro c’è molto più di una verifica. C’è il modo più immediato che abbiamo trovato per chiederci: ci sei? com’è andata per te? ti è arrivato davvero qualcosa?
Non sempre la risposta è sì. Non sempre è piena. Ma la domanda, quella, la facciamo sempre.
Perché il piacere, per noi, non è solo quello che senti. È anche quello che sai ascoltare nell’altro.