A parole nostre: appartenersi senza possedersi
Una volta, forse anche più di una, Francesca si è fatta male a una mano. Un taglio, una scottatura, i dettagli sfumano. Quello che resta è nitido: me l’ha raccontato per telefono.
Io ero altrove, in una di quelle città che diventano intercambiabili quando ci passi solo per lavoro. E mentre lei parlava ho sentito qualcosa. Non metaforicamente. Un dolore fisico, localizzato, intenso. Forse dolore no, ma un malessere sì. Come se il confine tra noi avesse deciso, per un momento, di non esistere.
Non abbiamo mai trovato una spiegazione. Abbiamo smesso di cercarne una. Del resto, mi capita anche con mia figlia.
Appartenere a qualcuno funziona così, per noi. Non è una scelta consapevole che si rinnova ogni mattina. È una struttura. Quella che chiamavo, pomposamente, prima che diventasse carne, la Repubblica del Noi, nella quale siamo consoli, tribuni, senatori e plebe. Come avere due polmoni: non ci pensi, ma se uno smette di funzionare lo senti nell’altro.
La parola “appartenenza” porta con sé un’ombra di possesso che non ci appartiene, appunto. Non è che l’uno sia dell’altro. È che l’uno sente l’altro come parte della propria sostanza.
La distinzione sembra sottile, ma cambia tutto.
Il possesso ha bisogno di confini da presidiare. L’appartenenza non li cancella: li rende abitabili.
Casa, per noi, non è un indirizzo. È un modo di parlarci, un’atmosfera che si crea e alla quale ci abbandoniamo. La riconosciamo ovunque: nelle stanze degli alberghi, dove la normalità si sospende e restiamo solo noi due senza la scenografia della vita ordinaria. Nelle strade di Napoli, che era mia e adesso è anche sua. Nel paese di Francesca, che era suo e adesso è anche mio. Sugli scogli dei parchi urbani di Helsinki ad agosto, quando il buio sembra non arrivare mai. Sul marciapiede dell’Île Saint-Louis con una bottiglia comprata in un supermercato, seduti sull’asfalto come fossimo ventenni (oddio, lei sì). Su Ocean Drive, a Miami Beach, con dei Margarita preparati da noi sul muretto che separa la strada dalla spiaggia, mentre il vento piegava le palme e incupiva il mare. Davanti al furgoncino che vende vino e pucce salentine per strada a Milano, e che probabilmente non sa di essere parte del nostro catalogo di posti sacri.
Casa non è dove stai. È con chi stai mentre ci stai.
Non si decide di appartenersi come si decide di andare in palestra. O lo senti o non lo senti. E se lo senti, non hai bisogno che qualcuno te lo spieghi.
Se stai leggendo questo e ti è venuto in mente qualcuno, probabilmente sai già di cosa parliamo.
Francesca dice “mio” continuamente quando mi è accanto. Io, quando siamo lontani, sento che mi manca un braccio. Forse è la stessa cosa detta con parole diverse. Forse siamo diventati, nel tempo, intraducibili l’uno senza l’altro: non per dipendenza, non per abitudine, ma per sostanza.
Come due pezzi che hanno smesso di essere pezzi e sono diventati una cosa sola,.
Il giorno in cui le faceva male la mano, io ero dall’altra parte d’Europa.
Eppure.